LV Congresso Nazionale del Notariato. Saluto del Presidente Francesco Giambattista Nardone


Saluto del Presidente della Cassa Nazionale del Notariato, Francesco Giambattista Nardone

Roma, 4/5 novembre 2021

Signora Vice Presidente del Senato, Signora Ministra della Giustizia, Signori Parlamentari, Signori delegati dei Notariati stranieri, Signori rappresentanti degli Ordini Professionali e delle Casse di Previdenza, Autorità, gentili Signore, care colleghe e cari colleghi,   

a nome della Cassa Nazionale del Notariato della quale mi onoro essere il Presidente, di tutti i componenti del Consiglio di Amministrazione, oltre che a titolo personale, porgo sia a coloro che sono presenti fisicamente a Roma che a coloro i quali sono collegati telematicamente, il mio caloroso saluto e il mio sentito ringraziamento per una così numerosa partecipazione a questo 55° Congresso Nazionale del Notariato, il primo dell’era post Covid-19, che abbiamo voluto tenere in modalità telematica, memori degli alti costi umani ed economici che il Paese ha sopportato a causa del diffondersi della pandemia e che suggeriscono di non abbassare ancora la guardia e di adottare le necessarie precauzioni per evitare gli assembramenti e il pericolo di contagio. 

Il tema di questo congresso è certamente di grande attualità e importanza in un contesto comunicativo come quello attuale caratterizzato dal fatto che  ci si informa sempre  più sul  web  e sulle piattaforme  social e che i contenuti di disinformazione aumentano producendo il fenomeno delle “fake news” vale a dire di quelle notizie intenzionalmente false o tendenziose, oggettivamente prive di utilità sociale che circolano alla stregua di quei contenuti che invece soddisfano un interesse informativo. In questa categoria rientrano le notizie che riguardano fatti o vicende false, in quanto mai accadute, o false perché riferiscono di vicende realmente accadute, in modo da indurre in errore di valutazione o di comprensione chi ne venga a conoscenza.

Il sintagma “fake news” fotografa lo spirito del tempo in cui viviamo nel quale l’avvento di internet e la massiccia diffusione dei social network hanno reso gli utenti della rete non soltanto destinatari di informazioni, ma anche talvolta, purtroppo, produttori e comunicatori di notizie. Il che espone noi tutti ad una quantità di informazioni senza precedenti che provoca un sovraccarico cognitivo e un conseguente spaesamento, responsabile della incapacità di distinguere il vero dal falso. 

La questione non riguarda in modo specifico la rete o i nuovi media, riguarda l'universo dell'informazione, vecchia, nuova, tradizionale, digitale atteso che la “fake news”, la bugia, la mistificazione o la manipolazione non sono invenzioni dei tempi moderni ma viceversa hanno radici antiche e sono una costante nella storia.

A conferma di quanto appena detto basti pensare ad un tema tipicamente notarile come quello della  donazione  e nello specifico quella che l’imperatore Costantino avrebbe fatto nel IV secolo d.C. a papa Silvestro I. Ebbene, fu l’umanista e filologo Lorenzo Valla a scoprire nel XV secolo che il documento che attestava quella donazione fosse in realtà un apocrifo, un falso, nonostante per secoli fosse stato ritenuto autentico: una fake news, diremmo oggi. 

Quello che ci differenzia rispetto al passato è il fatto che la situazione che stiamo vivendo è assolutamente inedita nella storia dell'umanità a causa di quel “pulviscolo informativo”, per dirla con il sociologo, Zygmunt Bauman, alimentato dalla rete e dalle tecnologie digitali che hanno un effetto moltiplicatore sui contenuti informativi, aggravando allo stesso tempo il problema delle false notizie soprattutto quando queste vengono utilizzate come strumenti di propaganda o nel dibattito politico, o nei processi decisionali o nel dibattito scientifico. 

Internet ed i nuovi media hanno dato alle persone ed alle loro idee una visibilità tale da trasformarle in “piccoli” personaggi pubblici. Il dibattito pubblico è diventato così una grande arena, senza “selezioni all'ingresso” e senza che sia possibile un controllo su tutti i punti da cui provengono le informazioni.

Tali questioni toccano le radici del costituzionalismo e della concezione dello Stato liberal democratico chiamando direttamente in causa l’interpretazione dell’art. 21 della Costituzione e, più in generale di tutte quelle norme che nell’ordinamento regolano la libertà di informazione e di esprimere le proprie idee. Ed infatti se di una libertà fondamentale può parlarsi questa è la libertà di esprimere le proprie idee e cercare in ogni modo di divulgarle tentando di persuadere gli altri.

Occorre allora domandarsi se lo statuto costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero regga ancora oggi e, in particolare, se il vecchio schema della libertà di pensiero rimanga tuttora valido, in un momento storico in cui la principale minaccia alla libertà di informare e di essere informati proviene da soggetti privati che operano attraverso la rete e che tendono a rafforzare le proprie convinzioni, rimanendo essenzialmente all’ascolto dell’eco assordante delle loro stesse voci.         

È vero che l’art. 21 della Costituzione nell’affermare il principio della libertà di informazione non annovera il diritto a ricevere informazioni corrette o veritiere ed è anche vero che l’unico limite esplicito che la Costituzione pone al principio della libertà di informazione è quello del buon costume cui si affiancano una serie di limiti impliciti, costituzionalmente rilevanti, quali l’onore, la reputazione, l’ordine pubblico, la riservatezza, i segreti.

A fronte di tali considerazioni alcun dubbio può sussistere in merito all’assenza di una protezione costituzionale del falso in sé ma, al contempo, non possono esservi dubbi che la Costituzione non tutela soltanto le manifestazioni del pensiero oggettivamente veritiere, bensì tutte le manifestazioni del pensiero, compresi dunque quei fatti oggettivamente errati, qualora in buona fede essi vengono ritenuti veri da parte di chi ne affermi l’esistenza.

Proprio l’esigenza di contrastare le manifestazioni del pensiero illecite diffuse sulla rete ha portato la Commissione Europea a emanare una serie di “linee guida” volte a fare sì che le piattaforme intensifichino le misure di contrasto ai contenuti illeciti, attivandosi tempestivamente con le autorità nazionali e ha adottato ulteriori iniziative, a livello comunitario, per contrastare il fenomeno delle “fake news”.

Sul fatto che il problema riguardi non solo il livello interno ma anche quello comunitario e grazie al web l’intero globo, non v’è alcun dubbio. Occorre allora chiedersi se - ed eventualmente come - sia possibile regolare il fenomeno, senza al contempo limitare la libertà di informazione.

Considerato il fatto che l'irreversibile sviluppo tecnologico dei “media” ha reso impossibile e per certi versi anche non auspicabile il ritorno alla situazione precedente in cui vi erano poche e selezionate voci d'informazione, probabilmente qualsiasi tentativo di regolare la manifestazione del pensiero per contrastare lo “spettro” delle “fake news” rischierebbe di produrre più danni che benefici.   

L’Ordinamento, infatti, contiene già al proprio interno gli anticorpi necessari per combattere le c.d. bufale senza bisogno di interventi autoritari che, peraltro, non sarebbero compatibili né con la Costituzione né con il quadro normativo sovranazionale.

Ci dobbiamo allora chiedere come tutelare la libertà d'espressione delle persone, garantendo però la veridicità delle informazioni e scongiurando la diffusione di quelle notizie false capaci d'indurre in errore di valutazione o di comprensione chi ne venga a conoscenza.

Non è certamente mio compito, non avendone le necessarie competenze, indicare possibili soluzioni al problema ma da cittadino, prima che da notaio, mi sembra che al fine di promuovere determinati comportamenti non sia necessario proibire quanto piuttosto mettere gli utenti nelle migliori condizioni per operare delle scelte: il problema è allora principalmente quello di garantire l’effettiva circolazione delle informazioni preservando l’informazione di qualità.

La questione delle “fake news” pone interrogativi particolarmente significativi in relazione al ruolo del notaio ed alla utilità dell’atto notarile al tempo di internet.

Noi ben sappiamo che al notaio sin dal tardo medioevo, è riconosciuta nell’ambiente giuridico la “fides publica”: ciò ne fa il cosciente responsabile della veridicità di quanto scrive, sia per le parti che per i terzi. 

Ne consegue la piena credibilità della sua attività, che assicura il buon funzionamento di tutto l’ordinamento, garantito dalle dichiarazioni contenute nell’atto notarile, derivanti dalla sua figura di libero professionista voluto “super partes”, le cui scritture sono da credere ed accettare sino a querela di falso accertata. Tale concezione giuridica permette di prevenire liti grazie alla publica credibilità degli atti notarili e di giungere in parecchi casi alla loro esecutività giudiziale a differenza di quanto avviene nel mondo anglosassone, impermeabile a quest’ultima impostazione, quindi disposto a discutere la veridicità di ogni informazione scritta tra le parti.

Se consideriamo l’attuale contesto socio-culturale che è caratterizzato dalla prevalenza delle credenze personali acquisite tramite web sulla verità oggettiva, dalla tendenza alla dematerializzazione dei documenti, dalla possibilità offerta dalla rete di accedere con maggiore facilità ai pubblici registri e la connessa probabilità che gli atti o i dati immessi potrebbero risultare non genuini o addirittura tossici, dobbiamo concludere che nell’epoca di internet è accresciuta l’esigenza che i dati immessi nei pubblici registri siano garantiti da un vaglio preventivo di legalità fatto da un soggetto terzo e affidabile quale è appunto il notaio e che il documento redatto dal notaio pubblico ufficiale, munito di fides publica mantiene intatta la propria vitalità e la propria affidabilità sia dal punto di vista formale, cioè come contenitore di documenti legali credibili, sia dal punto di vista sostanziale come conformità dei suoi contenuti all’ordinamento.

Il contributo che noi notai possiamo dare alla soluzione del problema sta proprio in questo: la “fides publica” che ci è riconosciuta dall’Ordinamento e che fa di ogni notaio il cosciente responsabile della veridicità di quanto scrive, sia per le parti che per i terzi.

Essere notaio pubblico ufficiale significa saper leggere gli interessi delle parti e intermediarli con le regole del diritto facendo corretto esercizio della facoltà di adeguamento demandatagli dall’Ordinamento, essere fedele interprete della volontà delle parti perché il miglior antidoto contro le falsità non sono le strategie, ma le persone: persone, come noi notai, che sono pronte e disponibili all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo lasciano emergere la verità. Non è un caso che il motto contenuto nel logo del Consiglio Nazionale del Notariato è “fidei et veritatis anchora”.

Grazie per avermi ascoltato e a tutti buon Congresso Nazionale del Notariato.